vento, parte due

di | 31 Maggio 2020

In un’ occasione ho già parlato del vento, oggi aggiungo un secondo pezzo. Mi è venuto spontaneo pensare al vento nella giornata di Pentecoste. Non voglio mettermi sul piano del rito. Il rito accumula segni, questo vento di cui voglio parlare semplifica al minimo i segni, lascia quelli essenziale. Ancora, non voglio parlare di una Pentecoste che non lascia il segno, perché in qualche modo non tocca il cuore della vita. Il vento di cui voglio parlare lascia segni profondi nella vita di ciascuno di noi. Il rito se non è attraversato da questo vento, soffio di vita, non accende la vita nuova. Il vento dello spirito denuda la vita e le sue ferite. ho l’impressione che questo tempo di lockdown ha lasciato anche delle dolorose ferite nei cuori delle famiglie, delle comunità e non parlo solo di ferite per la perdita di persone care. Ci sono anche quelle ferite che la lunga e forzata permanenza in casa ha svelato. La verità nelle nostre case a volte è emersa nella sua drammaticità e abbiamo bisogno di un vento che ricrea.  non abbiamo bisogno di uscire soddisfatti da una celebrazione perché eravamo in tanti, perché abbiamo fatto tutto bene, ma lì, in quell’occasione abbiamo ancora una volta nascosto le ferite e il male dentro parole, gesti, riti, segni, canti e tutto il corredo di una Pentecoste dove il soffio di vita non soffia. Il vento di cui parlo oggi è il vento che entra nelle ferite del corpo umano, nelle ferite della comunità, nelle ferite della società. Entra nelle ferite della madre terra. E questo vento non fa sparire le ferite, ma è come se indicasse una via per guarire le ferite. È come se questo vento soffiasse in una direzione ben precisa e indicasse all’uomo una via da seguire. Il vento di vita che ricrea ci chiede di tornare ad amare il corpo malato e sofferente, ci chiede di dare uno spazio di vita alle nostre paure e alle nostre sconfitte. Ci chiede di allargare i polmoni del nostro corpo, della chiesa e del mondo e di tornare a respirare aria pulita, aria che ha il gusto del sacro. Il vento di cui parlo ci chiede di ammettere le nostre incertezze, ma ci chiede di trovare coraggio per affrontare di nuovo la vita, con aria nuova nel cuore, nella mente, nelle mani. E questa aria nuova portata da questo vento dello spirito non si chiama lotta, lamentela, rivoluzione, contestazione, rivendicazione, ma non violenza, anche dentro un conflitto. Dice Ghandhi a proposito di non violenza: Se esiste un uomo non violento, perché non può esistere una famiglia non violenta? E perché non un villaggio? una città, un paese, un mondo non violento? Ecco questo vento, soffio di vita soffierà sul singolo uomo, sulla famiglia, su un paese o una città, sul mondo e cambierà il mondo. Accogliamo questo vento di vita e di non violenza. Ma il momento più alto di questo vento che soffia tra i corpi feriti è il perdono. Perdonare è accogliere le ferite dell’altro, è far prevalere il bene sulla vendetta e il rancore. Per perdonare devo rinunciare all’idea di vendicarmi per il male ricevuto. Devo lasciare che io possa raccontare il male ricevuto a chi sa prendersi cura del mio dolore e non metterlo sulla piazza dei social.  Devo guardare il fratello che il male ha allontanato da me, devo incontrare il fratello. Allora è perdono. Un vento di vita, di non violenza, di perdono per ricominciare dentro un mondo nuovo.

Un pensiero su “vento, parte due

  1. sr Alida

    Questa riflessione sul vento è molto vera e bella ,chiediamo in preghiera questo tipo di vento …un rinnovato grazie

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