santi

di | 1 Novembre 2020

Ho iniziato a fare il chierichetto a 7 anni. La mia messa a quei tempi era al mattino alle 6,45 perché mia mamma diceva che la mattina ha l’oro in bocca. Un vero supplizio per me povero ragazzino. Sono arrivato a 58 anni e la mia messa mattutina è ancora alle 6,45. Non è cambiato molto, ma la fatica di alzarsi presto la sento ancora. Del fare il chierichetto non mi sono mai piaciute le riunioni, le ritenevo una perdita di tempo,  ma ci andavo, non per la riunione, ma perché era una buona scusa per uscire di casa e stare in giro un po’. Invece mi piaceva quando c’era da parare la chiesa per le feste grandi. Sì, il termine giusto era parare la chiesa. Per i santi venivano tolte le reliquie. Una volta chiesi al mio parroco che cosa erano le reliquie e mi rispose che erano pezzetti del corpo, del vestito o di altro ancora che appartenevano al santo descritto dentro quella teca che era il reliquiario. Venivano esposto per i santi e ci dicevano che dovevamo imitare la vita eroica di quei santi. Poi si andava tutti in fila a baciare la reliquia. Il gesto oggi è sostituito con un tocco o carezza della mano. Il tutto non mi convinceva molto. Da ragazzetto quale ero, c’erano un sacco di cose di ste reliquie che non mi convincevano.  Forse quella che mi convinceva meno di tutte e che mi impedì di scegliere di diventare santo fin da ragazzo era l’idea di venir suddiviso in tanti piccoli pezzetti per essere inviato a tutte le chiese del mondo. Ma vi pare, un pezzetto di qua, un pezzetto di là. E poi sta storia della vita eroica non faceva per me. A quei tempi i miei eroi erano Sandokan,le tigri di Mompracen, il corsaro nero, mi ero letto tutti i libri di Salgari.  I  miei eroi erano Gimondi, Stromberg, mitico giocatore dell’Atalanta. Un sant’Andrea, patrono della mia parrocchia mi convinceva meno.  Invece c’era un discorso che mi affascinava un sacco e che faceva volare la mia immaginazione: quello della comunione dei santi. Nella mia immaginazione, vedevo un luogo, un pianeta, pieno di luce, tra Giove e Saturno, dove  erano raccolti tutti i santi e noi potevamo sentire la loro presenza vedendo la luce fioca di quel pianeta. Ho cercato tanto quel pianeta tra Giove e Saturno, ma non l’ho mai trovato e quindi anche la comunione dei santi lentamente è scomparsa dai miei pensieri. L’unica osservazione che voglio fare a questi pensieri da bambino sulla questione dei santi è,  da una parte che la chiesa dovrebbe adeguare linguaggio e immagini altrimenti i sogni svanisco e addio santità, e dall’altra è che chi mi parlava di queste cose era così convincente che alla fine ci credevo. Ma la questione dei santi rimase aperta per lungo tempo. Oggi l’ho un po’ risolta così. E sono sicuro che oggi posso chiedere a Dio il dono della santità. Oggi sento che posso farlo. Prendo l’immagine che mi ha lasciato una bambina che alla sua prima confessione mi disse: perché devo confessare i miei peccati, la vita è bellissima. Ecco la vita dei santi non è da eroi delle buone virtù da praticare, ma è una vita bellissima. È la vita della nostra gente comune, che cerca ogni giorno di vivere una vita buona.  Mi viene da dire, pensando ad Adriana Zarri di cui sono un fanatico lettore dei suoi libri (non vi dico chi è scopritelo!!)  che esiste una santità che consiste semplicemente nel vivere. Leggete queste sue bellissime parole, forse questa è la santità viva , non quella delle reliquie. “Forse pregherò fuori, anziché in cappella. Amo il tempio desacralizzato del mondo, proprio perché amo il mondo e lo trovo cattedrale degnissima di Dio. Forse mi stenderò sul prato, a braccia aperte come a chiamare il cielo. Certo verrà Selù (il gatto) a leccarmi le mani e i tacchinotti bianchi e domestici a beccarmi il vestito. Si lasciano prendere il collo e baciare sulla testina rossa e ossuta. Non sono belli ma fanno tenerezza. Distrazioni? Sì, potrebbe essere; ma non necessariamente. Possono essere anche il tessuto del nostro incontro con Dio.”

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