scarto

di | 11 Giugno 2020

Una delle cose che mi fanno andare in bestia è il continuo scarto delle cose. Sono diventato un accumulatore di un sacco di cose di cui alla fine non ne farò niente. Ma mi arrabbio quando mi dicono che serve quella cosa nuova perchè questa è da buttare. Io sono per un tentativo estremo di riciclo, di riparazione, di nuova vita per un oggetto. Si è vero noi siamo la cultura dello scarto. Un elettrodomestico è programmato per durare tot anni. In libro diventa vecchio. Tutto dopo un po’ è vecchio e da buttare. Oggi iniziamo a comprendere che esiste l’ economia circolare. Si tratta  un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti al minimo. Siamo solo agli inizi ma speriamo che tale economia possa prendere forma e diventare un modo per rispettare il creato. Ma non esiste solo uno scarto di cose materiale, esiste anche uno scarto umano. «La cultura dello scarto colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura», scrive papa Francesco. Non diversamente dal sistema industriale, che alla fine del ciclo di produzione e consumo non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti, residui e scorie, il sistema sociale tende a vedere le persone non più produttive – a causa di disagio psichico o fisico, malate, anziane, povere, disoccupate, marginali – come oggetti inutili e ingombranti. Lo scandalo delle discariche fisiche e umane disseminate sul pianeta è la rappresentazione più chiara delle conseguenze dell’attuale sistema economico che prevede in ogni caso lo scarto. Qualcuno ha paventato che durante il coronavirus si è ragionato in termini di scarto, cioè chi ce la poteva fare e chi no. Io spero che si tratti di una fake news e basta. credo che quella dello scarto è una riflessione importante perché ci chiede di vedere che giustizia sociale e giustizia ambientale sono due facce della stessa medaglia. Non ci sono due crisi, una ambientale e una sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale interamente legata a un modello di sviluppo connesso a un’economia lineare che sfrutta le risorse in una visione di brevissimo termine, finalizzata alla massimizzazione del profitto; una visione produttiva e consumistica, che accetta come conseguenza inevitabile la produzione di scarti. Per uscire da questa cultura dello scarto occorre allora guardare all’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta, dalla quale discende che giustizia sociale e giustizia ambientale sono due facce della stessa medaglia, e riconoscere negli scartati della Terra dei punti di ascolto, di scambio, di cambiamento, di cura, di relazioni, di umanità.

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