preghiera

di | 15 Settembre 2020
monaci di Tibhrine in Algeria

 Non preoccupatevi del titolo.  dopo i racconti sui giorni, non ho nessuna intenzione di scrivere un trattato sulla preghiera. infatti Dopo questa malferma introduzione, vorrei dedicare e scrivere qualche sghemba preghiera su quanto giorno dopo giorno, il cuore e la mente mi suggeriranno. La preghiera in generale mi ha sempre affascinato, ma insieme mi è sempre sembrata qualcosa di misteriosa. Tante letture e poca pratica. È un’opera tra le più faticose che ogni giorno mi appresto a fare, forse anche la più trascurata, anche se c’è tanto desidero. È come un’ arte da apprendere, un’arte che è come un mestiere, un apprendistato, un lavoro faticoso. Me ne accorgo anche solo quando cerco di tenere insieme lavoro e preghiera quotidiana. È una impresa che ha del disperato, quasi una scalata al passo Gavia in bici. Quanto sogno, quanto desidero di tenere insieme questi due pezzi della mia vita: ora et labora. C’è molto lavoro e poca preghiera.  i monaci avevano e hanno risolto la questione in maniera magistrale. Nel monachesimo lavoravano anche i monaci, spesso colti e dottori in teologia e in altre scienze. Questo, da solo, basterebbe per capire che cosa la riunificazione delle mani con la testa significò per l’uomo del tempo. Quando un contadino o un artigiano analfabeta vedeva i monaci lavorare, fare cioè le stesse cose che faceva lui, capiva immediatamente che il suo lavoro era importante. La terra, il cielo, la materia e lo studio, nelle mani dei monaci raccolte per la preghiera, entravano nel mondo del divino e non si fermavano solo in quello della mercanzia, del prodotto, del consumo, dell’affare. Questa è stata la genialata dei monaci: impastare il pane e spremere l’uva li portava ad amare l’eucarestia, strano mondo quello dei monaci. Il monaco non viveva la divisione del tempo come noi: adesso prego, poi lavoro, ma viveva di questa tensione continua tra il pregare sempre e lavorare con le proprie mani. il tempo della preghiera non è sottratto al lavoro per cui, siccome ho tanto lavoro non ho tempo per la preghiera. oppure al contrario, dedicare il tempo alla preghiera ci sembra di rubare tempo al lavoro. i monaci avevano inventato la suddivisione della giornata scandita in tre parti. Chissà perché mi vengono in mente i tre turni del lavoro. Ma avevano inventato anche un altro tempo: quello dell’unità della terra con il cielo, dell’umano e del divino uniti, riconciliati. Questa unità e riconciliazione non nasceva dal fatto che pregavano tanto, ma dal fatto che le mani giunte dei monaci avevano i calli del lavoro e il lavoro portava dentro gli attrezzi, la terra, l’artigiano, il sapore buono della preghiera. ecco io sono alla ricerca di questa perfetta unità. Le preghiere che vorrei scrivere nei prossimi giorni vorrebbero avere il gusto del cielo e della terra insieme. Vorrei non vivere più questo perenne conflitto tra la mia poca e povera preghiera e il mio tanto e povero lavoro. vorrei unificare il mio cuore, la mia mente e la mia volontà attorno ad un tempo nuovo che è il tempo di un rapporto qualitativamente rinnovato tra il mio lavoro, il mio corpo, la mia mente e il divino che cerco ogni momento. La profezia del monachesimo era ed è lavorare e basta, nel tempo e nella forma del lavoro, e pregare e basta, nel tempo e nella forma della preghiera; così ogni momento serve e rigenera l’altro. don Roberto l’aveva capito bene quando, sano, lavorava nell’orto, andava in montagna, stava con gli amici e lodava Dio.  E, quando, ammalato, la notte nelle sue veglie ricordava a Dio gli amici e i poveri e i sofferenti e camminava con la mente tra le montagne. In lui preghiera e lavoro avevano fatto una sintesi quasi perfetta di uomo di Dio amico degli uomini. Io so che sono molto lontano da queste vette, ma so che è il mio cammino futuro. Questo almeno l’ho capito.

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