Pazienza

di | 4 Giugno 2020

Ieri devo aver detto a me stesso e agli altri non so quante volte la parola pazienza. A me stesso, nel profondo del mio cuore era una pazienza del tipo: porta pazienza, non ti arrabbiare. Agli altri, era del tipo pazienza sarà per un’altra volta, oppure di questi tempi ci vuole pazienza. Chissà quante volte i genitori dicono nel loro cuore porta pazienza e chissà quante volte perdiamo la pazienza. È una delle virtù più ricercate, ma quella che si trova di meno. È una delle virtù di cui si parla di più, ma è anche quella più difficile da praticare. È la virtù che ci fa forti, ma che ci fa sentire contemporaneamente tutta la nostra fragilità. È la virtù che tutti vorremmo avere, ma che fatichiamo a trattenere. Insomma, penso che la pazienza è una di quelle cose che rimangono nel mistero della vita. Forse dobbiamo saper recuperare un significato più vero, più autentico. Forse dobbiamo rendere più accessibile questa parola alla nostra vita uscendo dai luoghi comuni che ci vogliono uomini e donne di pazienza, oppure uomini e donne che non hanno pazienza. Tra l’altro il rischio di chi viene visto uomo o donna di pazienza è che non sia soltanto uomo paziente, ma troppo buono, un mite, un po’ sempre arrendevole. I monaci indossavano lo scapolare, era un pezzo di abito che veniva messo durante il lavoro, per riparare l’abito pulito. Ma lo scapolare ha lo stesso significato di pazienza. Quindi indossando quell’abito i monaci dicevano a loro stessi che portavano la pazienza addosso. Al monaco, paziente nel lavoro, veniva chiesta la predisposizione d’animo di vivere con tranquillità le avversità e le difficoltà della vita. E quell’abito, lo scapolare, era lì a ricordarlo. Ecco uno dei detti dei padri del deserto riguardo alla collera e alla pazienza: Disse ancora l’Abate Macario: Se volendo rimproverare qualcuno sei indotto alla collera, soddisfi una tua passione; non perdere te stesso per salvare un altro. Insomma la collera soddisfa una mia passione negativa, la pazienza mi guida verso la tranquillità della vita. Non ci viene chiesto di non perdere la pazienza, ma di non cadere nella collera. Un altro modo di pensare la pazienza è legata a quel particolare significato che è il paziente, il malato, colui che è in cura.  Il paziente è il malato in cura da un medico. Egli si fida, si affida (almeno si  spera..) a colui che lo prende in cura. Se un dolore è sopportabile allora il paziente è colui che sa stare nel dolore, sopporta il dolore. Purtroppo anche qui di questa immagine del sopportare il dolore ne abbiamo fatto un uso sbagliato. Sembra che debba essere una virtù sopportare il dolore, più uno sopporta più è eroe. E a me questa cosa non piace. In antichità non era così. Colui che sopportava il dolore era colui che provava a vivere con tranquillità il dolore, fin dove il dolore era sopportabile, poi ad un certo punto diventava insopportabile e allora il paziente andava curato, sorretto aiutato. Non c’era la virtù della sopportazione del dolore, ma una vita di fronte al dolore e quindi si guardava alla vita della persona e alla sua sopportabilità verso il dolore e non alla virtù del sopportare il dolore. Al malato veniva chiesto di vivere, non di essere eroe. Pazienza come capacità di sopportare e poi quando il peso diventa insopportabile, si chiede aiuto. Certo questo è un grande gesto di maturità, nella insopportabilità del dolore, chiedere aiuto. E san Francesco traduce così la pazienza in uno degli episodi della  sua vita raccontati nei fioretti di San Francesco: Quando a Santa Maria si arriverà E la porta non si aprirà, tormentati dalla fame, nella pioggia a bagnarci staremo, sopportare il male senza mormorare, con pazienza e gioia saper sopportare. Aver vinto su te stesso Sappi, questa è letizia.   

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