leggerezza

di | 6 Giugno 2023

Credo che dobbiamo imparare a pensare a comunità non più ristrette, ma leggere, fluidi, capaci di continuo adattamento. In questo periodo piove un sacco, poi arriverà il caldo e la siccità. Dobbiamo imparare ad adattare continuamente quello che facciamo nell’orto non tanto per produrre qualcosa, ma per trovare il modo di prenderci dell’orto stesso. Se non c’è questa capacità di leggerezza e di adattamento l’orto è destinato a soffrire. Io sono convinto che non c’è cristianesimo senza comunità, anche quando le comunità si ammalano e diventano difficili. Dimenticarlo significa negare l’umanesimo della Bibbia e dei Vangeli. Negare questa possibilità della vita di comunità è negare il vangelo. Ma come nell’orto occorre leggerezza, fluidità e capacità di adattamento così anche nella vita di comunità serve questa leggerezza e fluidità. In questo senso non credo che viviamo nel tempo delle comunità programmate, gestite e ripensate secondo uno schema ideale. Per esempio sono abbastanza convinto che oggi l’esperienza che può funzionare è quella di comunità che sanno prendere con la dovuta adattabilità i tempi, le vicende, la storia degli uomini. se devo, per esempio, pensare ad una regola la penso leggera, senza troppi articoli, commi e altro simile. La nostra chiesa è già da tempo in esilio, anche se molti non se sono accorti, ma non è in esilio perché deportata, ma perché confusa, sparita dentro la logica del profitto e del merito. Non tanto perché essa si è confusa con profitto e merito, ma perché queste due parole hanno preso il sopravvento e hanno esiliato la grande parola comunità e generosità. La chiesa è in esilio perché è piccola cosa dentro il grande mondo del profitto e del merito. Essere comunità oggi vuol dire ripartire da una nuova storia, vuol dire in un certo senso rileggere e ricostruire la storia. il tutto in comunità e fraternità leggere. una storia è finita, ma non è finita la storia, perché un resto fedele la continuerà. Questa è la nostra speranza non vana. Sono certo che è la scelta di fondo che oggi va rimessa in gioco. Una scelta che dice non più personalismi, non più navigatori solitari che magari sanno trascinare la folla, ma quando si esaurisce il tempo del trascinatore tutto si spegne. Guardo alla nostra cooperativa e per certi versi mi ritrovo, non tanto nel trascinatore, quando nell’idea che se vogliamo andare avanti serve una presenzadi uno sempre presente. Anche noi forse dobbiamo cambiare paradigma.

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