Guernica

di | 1 Agosto 2020

Il cret si è concluso, anche quello di Berbenno si è concluso. Un’esperienza bella e complessa. Spero che quanto fatto di nuovo e di bello in questo cre possa essere la base su cui ragionare e programmare il futuro, senza più covid ovviamente. Ma non è di questo che voglio parlare. Mi rimangono infatti nel cuore oltre alla bellezza di questi giorni, oltre alla fatica di questi giorni, anche le scorie di una serie di conflitti aperti. E le scorie non fanno mai bene. L’opera d’arte da cui parto è Guernica di Picasso. Guernica è un racconto di guerra, un dipinto di storia, immerso nella storia, che della storia ci mostra, in modo spietato, il lato più tragico, dentro la storia della guerra civile spagnola, che porta la Spagna alla dittatura di Franco. La sera del 26 aprile del 1937 i tedeschi bombardano Guernica. Muoiono 2000 persone. Per ricordare Picasso realizza l’opera D’arte Guernica. Il conflitto genera violenza se non si è in grado di gestirlo. Un elemento che mi colpisce è la scena dove una madre tiene tra le braccia un bambino. È come una moderna addolorata. Bisogna che nel conflitto qualcuno possa prendere tra le braccia un bambino per proteggerlo. Bisogna che nel tempo della crisi, come la nostra educatori, preti, giovani, associazioni uniscano le forze per prendere tra le braccia i più deboli, bambini, anziani e malati. Come una moderna addolorata ci vogliono uomini e donne capaci di osare di aver pietà. Il covid è passato come un uragano, ha aperto ferite, ha lasciato delle cicatrici tremende, ha aperto dei conflitti duri. Ci vorrebbe un nuovo Picasso per raffigurare le nostre città segnate dalla pandemia. Ma questa madre con quel collo allungato lancia un urlo disperato di dolore. Sono convinto che ogni conflitto lascia dietro di sé una scia di urla di dolore. A noi il compito di ascoltare e di raccogliere ogni grido di dolore lasciato da questo tempo. In basso nel Guernica di Picasso, in primo piano c’è un’immagine della morte. C’è un uomo fatto a pezzi, la testa e le braccia sono staccate dal corpo. La bocca spalancata nell’ultimo strenuo tentativo di reagire all’aggressione: questo guerriero è stato sconfitto, è caduto ma non si è arreso. Il pugno destro è ancora stretto intorno all’elsa della spada, la lama è spezzata. È così, il conflitto lascia a pezzi.  Ma l’uomo fatto a pezzi, in un ultimo estremo tentativo, tiene in mano la spada. Perché noi pensiamo che se siamo lacerati dal conflitto dobbiamo in ogni caso brandire una spada che chiamiamo malamente giustizia, ma che il più delle volte è rivalsa, se no addirittura vendetta. Però dal quel pugno spunta la vita, un fiore, un piccolo e delicato fiore bianco che resiste al fuoco, alle macerie, alla furia, alla paura. Nonostante tutto un segno di speranza. Il conflitto lo si può ascoltare, affrontare e può far nascere un fiori in mezzo al dramma. Chiedo umilmente a tutti di questi tempi di riporre la spada e di far nascere fiori di speranza.

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