fragilità

di | 25 Aprile 2020

Prima cosa: buona giornata della liberazione. Ho sempre fatto in un certo senso l’elogio della fragilità, dell’uomo fragile, che si rialza dalle sue cadute, la fragilità come luogo della crisi che rimette in piedi l’uomo. Ci diciamo che l’uomo costruisce non dove è forte, ma dove è fragile. Ci diciamo che questa crisi del coronavirus ci aiuterà a ripartire in modo nuovo. Oggi nelle mie povere e sconclusionate riflessioni giornaliere ho come capito che non si può fare l’elogio della fragilità. La fragilità dice la filosa Maria Zambrano “è la dimostrazione che l’uomo deve non tanto costruire la sua vita, quanto proseguire la sua incompiuta nascita, deve nascere via via lungo la propria esistenza, ma non in solitudine, bensì con la responsabilità di vedere e di essere visto, di giudicare e di essere giudicato, di dover edificare un mondo in cui possa venir racchiuso questo essere prematuramente nato.” Ecco perché non posso fare l’elogio della fragilità, perché è terribilmente faticoso sentirsi fragile e dover rinascere continuamente. Io non sopporto la mia fragilità, io voglio essere forte!! Facciamo passare per eroi persone che hanno sofferto per una malattia, per il modo come l’hanno affrontata, per come li abbiamo visti noi; la frase che in genere diciamo per indicare questo eroismo che vince ogni fragilità è: nella sua malattia non si è mai lamentato, non ha mai detto niente. Provate a mettervi nei panni del malato e a scrutare la sua sofferenza e la sua fragilità. Pensate che la paura non ha mai preso il sopravvento sul coraggio? Pensate che in qualche modo lui era come una figura eroica mitica che stava di fronte al male, alla sua fragilità, con la sua fortezza? Forse un supereroe dei fumetti e dei film della Marvel? (genere che a me piace un sacco, ma di cui non condivido la filosofia di fondo). Anche io ho sempre pensato a questa forma di eroismo che vince ogni fragilità, ma non è così. L’uomo, il malato è esposto alla vita, all’amore, ma contemporaneamente la fragilità può schiacciarlo. Che elogio della fragilità e del ricominciare possiamo fare quando un amore si scioglie, si divide? Che elogio possiamo fare quando la fragilità schiaccia la persona, nella paura, nell’insicurezza a volte nella noia di vivere? Che elogio della fragilità possiamo fare quando il dolore annienta le persone? A volte è così: la fragilità nell’uomo non è sempre rinascita. Che risposta possiamo dare a questa fragilità? Non sicuramente quelle prefabbricate. Del tipo. Consolati, qualcuno sta peggio di te; oppure, vedrai che passerà; la peggiore di tutte è quella che dice: devi fare la volontà di Dio. Quando me lo dicono mi arrabbio…  Da oggi io non farò più l’elogio della fragilità. Invece cercherò di trovare il modo di avvicinare la fragilità dell’altro. La mia risposta alla fragilità dell’altro, sarà la mia presenza discreta, silenziosa, di vicinanza e di cura, dell’attiva compassione. Sì, da oggi non farò più l’elogio della fragilità, ma della solidarietà, della cura e della compassione. Non abbiamo bisogno di super eroi, ma di uomini e donne compassionevoli.

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