COSE DA PRETE PER FINIRE

di | 28 Novembre 2020

C’è un cuore, un centro, una fonte e un culmine della mia vita che ormai è entrato nel mio dna. È la messa, l’eucarestia feriale e festiva. e concludo queste riflessioni sulle cose dei preti proprio con la messa. È appuntamento fisso, da una vita, da sempre; e da sempre nei giorni feriali è alle ore 6,45 del mattino. La domenica dipende. San Giovanni 23 al termine di un ritiro sull’eucarestia scriveva nel suo Giornale dell’anima: “vorrei diventare un uomo eucaristico. Condivido in pieno l’affermazione e allora mi sono chiesto che cosa vuol dire uomo eucaristico. Non penso sicuramente all’uomo del rito, della ritualità. So che il rito è importante, ma spero di non cadere mai nel ritualismo. Io non celebro la messa per assolvere un rito. Non ne sento il bisogno. Mi sembra che la risposta all’uomo eucaristico può essere questa. Quante volte mi sento dire: non vado a messa perché chi va a messa è peggio degli altri. Oggi questa affermazione sembra un poco in disuso. Comunque io in genere rispondo così: io so di non essere perfetto, di essere fragile e debole e allora vado a messa non perché faccio parte della categoria dei perfetti, ma perché spero che nutrendomi del pane e della parola io possa crescere nella saggezza della mia vita. vado a messa tutti i giorni perché tutti i giorni ho bisogno di chiedere scusa per le mie debolezze, perché tutti i giorni ho bisogno di chiedere il dono di essere saggio e giusto. Ma non è finita. Vado a messa per dire grazie a Dio creatore e Padre che mi regala doni immensi e riempie la mia vita di possibilità, di opportunità, di incontri. Si, dico grazie per tutto quello che mi viene regalato ogni giorno. Uno può dire: Chiedere scusa e dire grazie lo posso fare anche nella mia vita, senza andare a messa. Tutto vero. Ma nella messa è come se aggiungo a tutto questo un qualcosa che solo la messa può regalare. La messa è faccenda comunitaria, di popolo di Dio e allora quel grazie non è mio, ma corale, di tutto il popolo di Dio che è in tutto il mondo. Il mio chiedere scusa è corale, è di tutto il mondo e porta dentro tutte le richieste di perdono del mondo per tutto il male fatto a tutti gli uomini del mondo. La messa non è un fatto privato, ma di popolo. Penso alle nostre preghiere dei fedeli e al nostro offertorio. All’offertorio vorrei portare dei doni della mia terra ,il frutto del mio e del nostro lavoro quotidiano, non  le icone, i fiori, le candele, vorrei portare la verdura del mio orto, del nostro orto realizzato tutti insieme  Una volta a messa ho fatto portare il pane ad ogni famiglia, lo abbiamo portato all’offertorio, lo abbiamo benedetto, ce lo siamo scambiato  e poi ognuno si portava a casa il pane dell’altro per dire che la messa è pane benedetto e  condiviso. Una maestra dovrebbe portare i suoi libri e i quaderni dei suoi ragazzi. così un medico, un infermiere,  un muratore, un giovane, ognuno dovrebbe portare all’altare quello che rende vera la propria vita. e nelle preghiere dei fedeli vorrei vedere dei volti, sentire storie da ricordare. la vita va portata dentro la messa e la messa ti offre ogni giorno la possibilità di tornare alla vita quotidiana carico di volti, di parola e di pane. So già cosa porterò alla messa di domani: il grazie perché è arrivato il passaporto nuovo di Mounir e quindi lui potrò finalmente accedere al permesso di soggiorno. Ricorderò Silvana che è in ospedale, Adriano, Orietta, Chiara, Silvia  e Silvia, Elisabetta e Davide. E tanti altri ancora. e alla fine di ogni messa dico: ricordati di me e di tutti gli amici e nemici. su quella mensa che è l’altare ogni giorno tutti trovano spazio e ricordo, trovano spazio anche quelli che non vanno a messa, non per chiedere a Dio che si convertano, ma perchè tutti sono volti e storie da ricordare, benedire, amare.

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