COSE DA PRETE

di | 25 Novembre 2020

Una delle rincorse più faticose e oggi direi più strane per non dire più stupide della mia vita è stata quella della ricerca di un ruolo, di un posto, di un incarico. Sono state rincorse che mi hanno tolto il fiato e non solo.  Il pensiero più o meno girava così: datemi un ruolo chiaro e poi io faccio quello che mi viene chiesto da quel ruolo che mi viene assegnato. Sono stati soprattutto gli anni del patronato nei quali, per tanti motivi che non sto ad elencare, ho cercato, chiesto, preteso, voluto un ruolo. Fatemi fare anche solo il portinaio e mi va bene. Si può diventare santi anche facendo il portinaio, dicevo. Non volevo ruoli o incarichi impegnativi, non ero capace di reggere la responsabilità. Solo un ruolo. Ma che cosa è un ruolo? Era stupido. Ma vedo che anche adesso sono in molti che chiedono di definire i contorni del loro ruolo. Anche tra i preti. Io adesso parlo di me non di altri. E riconosco che per me questa storia del ruolo è stata una prigione e una immaturità solenne. Ho incominciato a liberarmi da questa idea balzana di chiedere un ruolo quando sono arrivato alla casa di don Roberto. Lì non avevo bisogno di un ruolo, lì esistevo, stavo, facevo, sbagliavo. Lì in quella casa mi sono preso cura di don Roberto e lui si è preso cura di me, senza che nessuno dicesse questo è il tuo ruolo. Oggi non sento più questa necessità. Vivo senza chiedere nulla. Sì ho tante cose da sistemare nella vita, ma sono contento di quello che sono. E mi basta. la casa dell’agro è stata anche il mio cammino di purificazione dai ruoli e dagli incarichi. Oggi quando mi viene chiesto qualcosa (raramente perché sto un po’ ai margini delle grandi decisioni) valuto, penso, dico la mia e posso anche accettare o dire di no. Poi magari per obbedienza ritorno sui miei passi e dico un sì convinto. Ma non cerco più un ruolo. Quando qualcuno mi chiede che ruolo hai dico semplicemente sono Sandro e vivo di alcune vicende che mi riempiono la vita. Pensare ad un ruolo mi fa venire in mente il palco con gli attori e le scene che si svolgono su quel palco. Che ruolo interpreta quell’attore diciamo noi. Io non voglio più interpretare nessun ruolo, vorrei vivere secondo quelle piccole e semplici indicazioni che la vita mi regala giorno dopo giorno. È la vita che mi fa vivere. È la vita che chiede di giocare la mia vita su quel palcoscenico che è il mondo. Riconosco che quando cercavo un ruolo ero insoddisfatto di me e quindi cercavo sempre altro. Riconosco che quando cercavo un ruolo era perché non sapevo che cosa volevo io e cercavo quasi mendicando un ruolo per dimostrare che c’ero anch’io.  E per finire riconosco che non mi bastava mai il ruolo che mi veniva assegnato, afferrato  un ruolo ne volevo subito un altro. Se guardo a quei tempi sorrido di me stesso, forse queste sono le famose stagioni della vita che uno è chiamato a vivere. Non sono maturato, sono cambiato e quello che ho mi basta un sacco. Mi basta davvero. Mi basta perché rende piena e bella la mia vita. mi basta perché, anche se rimetto a nuovo una concimaia con degli amici, mi sento pienamente uomo e prete. Basta cercare ruoli. Come dice il vescovo nella sua lettera pastorale: servire la vita la dove la vita accade. Sembra uno slogan vuoto, in realtà è proprio così: lascio accadere la vita e poi mi decido di servire più o meno bene quello che accade.

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