adamo ed eva

di | 19 Ottobre 2020

Abbiamo concluso la due giorni delle mele. Sabato la raccolta in val di non e domenica la distribuzione a tutti gli amici. A parte qualche piccolo inconveniente un grazie di cuore a tutti. Era inevitabile che 35 q. di mele che mi sono passate sotto gli occhi con il loro colore giallo e sotto il naso con il loro profumo, non mi portassero a pensare alla mela più famosa della storia: quella di Adamo ed Eva. Visto che poi un amico mi ha mandato la foto un affresco da San Giminiano proprio con la scena dell’albero del paradiso e di Adamo ed Eva con Dio, ecco che viene spontanea la riflessione. Per scrivere queste cose mi sono un poco informato leggendo qualcosa. La prima precisazione è che nella scrittura sacra non si parla di mela, ma di una pianta che non è mai stata catalogata in nessun libro e di nessuna specie. In ebraico tale pianta si chiama es da’ at tob wara’ , cioè «l’ albero della conoscenza del bene e del male», e non è una pianta fisica ma simbolica. L’equivoco della mela nasce da un gioco di parole possibile solo con il latino. In quella lingua, infatti, hanno un suono molto affine questi tre vocaboli: malus (melo), malum (male) e malus (cattivo). Ecco spiegato l’inganno che ha generato la celebre “mela di Eva”, legata appunto al “male” che ne è seguito. Ma lasciamo da parte la nostra mela e parliamo dell’albero della conoscenza del bene e del male. Ogni pianta nella scrittura è segno di vita e di sapienza. Quindi quell’albero è segno di sapienza e di vita. e poi c’è la conoscenza. Nella scrittura sacra la conoscenza non è solo quella dell’intelletto, ma è conoscenza che coinvolge in modo globale tutta la vita dell’uomo: sentimento, volontà, agire. E allora. Quella pianta è segno di vita, di sapienza, di scelta morale tra bene e male, di conoscenza piena della vita. Insomma, una pianta unica nel suo genere. Ridurre tutto ad un peccato di un furto di una mela con tutto quello che ne consegue è proprio un po’ banale. E allora mi piace pensare che Adamo ed Eva hanno fatto ben altro che un furto di un frutto. L’idea è questa. Tutto è donato da Dio. E quella pianta è il segno di quel dono. Adamo ed Eva, matrice  di tutti gli uomini  e di tutte le donne giocano, la loro libertà dentro una scelta drammatica. Si comprende, allora, il significato profondo dell’ invito del tentatore: strappare quel frutto vuol dire diventare arbitri («conoscitori ») del bene e del male, artefici autonomi della morale, creatori di ciò che è giusto e di ciò che è perverso a proprio piacimento. È appunto «diventare come Dio». Mi sembra che questa tentazione è la tentazione dei nostri giorni: noi diremmo l’ybris, l’ubriacatura del sogno di sapere e potere tutto, dimenticando che tutto è dono e noi dobbiamo rispettare quel dono. Detto in altri termini, l’ anima oscura del peccato è la superbia, non per nulla considerata come il primo dei vizi capitali: è la folle aspirazione a sostituirsi a Dio definendo autonomamente il bene e il male. Non è una questione di mele, ma di follia del potere.

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