dalla parte giusta

di | 24 Luglio 2024

Concludevo ieri scrivendo che le distinzioni alla fine rischiano di creare vittime che in generale non sono mai ascoltate. Questo è uno dei temi forti quando io cerco di parlare di includere, di creare fraternità. Non sto parlando di includere le forme del vittimismo in cui troppe volte cado anche io. Sto parlando di persone uomini e donne che a causa dell’esclusione si sentono vittime e messe all’angolo della vita, della chiesa, della società. Se penso alla parabola del samaritano mi viene ovvio collegarla alla prassi della prossimità, della misericordia, un po’ meno facile collegarla alla prassi della fraternità che include la vittima, che ascolta la vittima, che da voce alla vittima. Collego invece questa parabola del samaritano alla questione della fraternità quando penso che è tutta una comunità che impara a muoversi verso chi è vittima di ingiustizia. Oggi si parla tanto di comunità riparativa, dove la comunità non chiede a chi ha sbagliato di riparare, ma chiede di dare voce a tutti coloro che sono coinvolti nelle vicende che creano vittime e ingiustizie. Non c’è uno che ha sbagliato e che deve riparare, c’è una comunità ascoltante che si muove attorno alla vittima e a chi ha sbagliato. In questo modo la fraternità che include e non esclude è quella parte di comunità, di chiesa, di società che si muove in modo corale in maniera da realizzare quel comandamento che dice amatevi gli altri. la vittima al centro è l’occasione per dimostrare che la comunità cristiana è vera comunità che sa mettere in atto questo comandamento, è vera comunità che insieme e non in maniera singola soccorre il poveretto assalito dai briganti come ci dice la parabola del samaritano. Chi si china su quel tizio assalito dai briganti non sono coloro che in qualche modo rappresentano dal punto di vista religioso l’esperienza della vicinanza e delle prossimità: il sacerdote e il levita. Loro non si fermano. Si ferma invece chi in teoria non rappresenta la fraternità e la prossimità. Si ferma infatti un samaritano che era l’escluso per eccellenza. La religione aveva creato le divisioni tra veri uomini religiosi e uomini non autentici nella religione. Il samaritano fa saltare queste categorie, vede una vittima e si ferma e si prende cura. Ecco perché continuo a ripetere che non basta essere vicini alla vittima, bisogna diventare prossimi alla vittima, raccoglierla, curarla, esserci. Si diventa prossimo della vittima non perché si appartiene alla categoria dei giusti, ma perché si decide di essere prossimi alla vittima. Dare voce alla vittima è fondamentale, non deve essere una scelta singola, ma di chiesa e di fraternità.

Un pensiero su “dalla parte giusta

  1. Sr Mary

    Grazie. Lo stile della prossimitá come vita e non iniziative personali e isolate

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