
Quando preparo il terreno per la semina, quando cerco di dare una fresata alla terra, quando mi appresto a qualsiasi attività dentro l’orto e dentro la vita è come lasciar accadere una cosa strana. L’altro mette nelle mie mani la sua storia e si fida di me che l’incontro con tale vicenda produce si anche una ferita, ma una ferita che genera vita. il seme, la terra, le api, la vita in generale si fida di me, quando l’accosto e la prendo tra le mani. E così è di un amico, di una persona amata di un gesto di vicinanza: l’altro si fida di me e mette nelle mie mani la sua vicenda. L’esempio più semplice di quello che sto dicendo è la vicenda di un malato. Il malato in qualche modo si mette nelle mani di un altro, mette la sua ferita nelle mani di un altro che si spera affidabile. L’amore vive della stessa vicenda: uno si mette nelle mani dell’altro e si fida, si affida. Oggi viviamo della paura dell’altro. chissà cosa vuole l’altro. forse la radice di una gioia profonda che oggi rischiamo di perdere è quella che proviamo quando qualcuno ripone la fiducia in noi. Certo è gioia grande sapere che uno ripone la sua fiducia in me, ma è gioia e responsabilità ben più grande sentire che ci è chiesto di accogliere e custodire qualcosa di grande dell’altro. a volte custodire il dolore dell’altro, la ferità dell’altro è cosa complessa e difficile. E allora preferiamo fuggir via dalla possibilità di prendere tra le mani il dolore e la ferità dell’altro. e qui cade la fiducia. Rimanere in questa arte del prendere tra le mani le ferite dell’altro è cosa rara.