ultima parte

di | 14 Marzo 2026

ecco l’ultima parte dell’articolo

Dall’altra parte – la definizione dipende dai punti di vista –, invece, il via vai di ruspe è costante. Molte si dirigono a sud dove, a tredici chilometri da Miflasin, si trova il cancello giallo di Be’eri, comunità-simbolo della brutalità di Hamas e della resistenza all’orrore. Centodue persone sono state massacrate il 7 ottobre – il 10 per cento dei residenti –, trentadue sono state sequestrate, dieci di loro sono rimaste prigioniere per due anni, un terzo delle case e i principali edifici pubblici sono stati distrutti. Eppure Be’eri è vivo, come indica lo schizzo di un papavero all’entrata, emblema israeliano della rinascita. Sopra, un cartello precisa che le visite devono essere autorizzate. Un modo di fermare i “pellegrinaggi della memoria” dei primi mesi dopo la strage. «Non abbiamo voluto che la comunità diventasse un memoriale. Che i nostri bambini – io ne ho tre – crescessero in mezzo a testimonianze di morte. Vogliamo continuare ad esistere», spiega Eyan Ben Zvi, 45 anni, al momento residente a Katzerim, come il tre quarti degli abitanti di Be’eri. Ma è impaziente di tornare. Nell’estate 2027 è previsto il termine del piano di riedificazione finanziato dal governo, dai privati e dagli stessi abitanti. Il centinaio di operai impiegati sta terminando il primo complesso di 52 villette nel quartiere orientale di Shikmim, l’estremità opposta a quella più colpita durante l’attacco. «Questa è la mia – dice Eyan, indicando l’ultima palazzina –. Non è stato facile decidere cosa fare con “Be’eri ovest”, su cui si è accanita Hamas. Abbiamo avuto un grande dibattito interno e due votazioni. La maggioranza ha, alla fine, deciso di non conservare le rovine delle case, tranne una che sarà spostata di luogo. Terremo solo gli alberi». Mentre parla, due giovani si dirigono verso la parte ovest della comunità con del nastro adesivo giallo. Segnano le piante da trapiantare nel nuovo quartiere. “Build Be’eri better”, “ricostruire Be’eri meglio”, è il leitmotiv. «E poi – conclude Eyan -? Proveremo ad andare avanti. Con Gaza di fronte. Non ho paura ma so che se fossi un bimbo “dell’altra parte”, ora, odierei chiunque stia da questa. È triste, per entrambi». Israele e Palestina perennemente prigioniere del bordo che le divide e le unisce. Un bordo – come scriveva la poetessa colombiana Pietad Bonnett – a volte, più terribile dell’abisso.

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