
per motivi di tempo ieri non sono riuscito a pubblicare questa riflessione che rilancio oggi. Ritengo che il tempo del dialogo è anche un tempo che necessita di tanto tempo. un dialogo su cose serie come trattare una pace non lo si improvvisa attraverso una serie di dichiarazioni pubbliche o roba simile. Richiede tempo. richiede anche una carica di creatività che sa inventare situazioni e vicende nuove. Qui non siamo solo in un dialogo che scorre nel tempo, ma in un dialogo che diventa evento, novità che costruisce il futuro. Ma soprattutto il dialogo non si alimenta di quella continua frase: ai miei tempi, frase che blocca ogni novità sul futuro. I credenti e tante comunità in generale si alimentano di questa frase: ai miei tempi. E qui il dialogo si inceppa subito. Questo dialogo che parte da ai miei tempi è un auto condanna per il futuro. Il dialogo quando parte da ai miei tempi si rifugia nelle famiglie di ieri, in quelle chiese piene che non ci sono più, in un ambiente che dice una volta si chi tempi erano migliori e così ci si scorda che gli unici anni veri della vita che creano nel dialogo un futuro bello sono questi che abbiamo qui ed ora, che l’unico giorno migliore è oggi: il resto è vanitas, vento, illusione, sebbene siano tutte cose umane. Dialogare non nella nostalgia di un futuro, ma nella creatività del presente che costruisce il domani.