pacem in terris

di | 31 Agosto 2020

Uno dei grandi testi che ci raccontano del sogno della pace è l’enciclica di Papa Giovanni 23° pacem in terris. È l’ultima enciclica scritta da papa Giovanni, ed è pubblicata l’11 aprile del 1963, quando ormai il papa era già ammalato. Ho quasi l’impressione che tale enciclica è come il testamento del Papa al mondo intero. L’anelito di pace, il sogno della pace è la parola ultima di questo papa. La lettera si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, ed esprime il grande desiderio di un mondo senza blocchi contrapposti, oggi diremmo senza muri, nella continua ricerca del dialogo, del confronto, per arrivare a rispondere ai conflitti con la pace. Mi sembra che dal 1963 ad oggi le cose sono andate un po’ diversamente. di guerre ce ne sono state tante, e l’arte del dialogo è finita chissà dove. Il sogno di papa Giovanni è finito nel cassetto. Il suo messaggio di pace è stato compreso così bene anche dalla chiesa che alla fine hanno fatto diventare papa Giovanni il santo protettore dell’esercito italiano. La lettera dice ad un certo punto che nell’era atomica non è più accettabile pensare ad una guerra giusta. Ecco le due righe del testo: “in questa nostra età che vanta la forza atomica è contrario alla ragione (nel testo originale alienum est a ratione che vuol dire è folliaè fuori di testa) che la guerra possa essere ancora idonea a ristabilire i diritti violati”. Attenzione non è contrario alla fede cristiana, ma alla ragione umana. Di papa Giovanni e di questa enciclica scrisse una bellissima poesia Turoldo. Eccone alcune righe: quanto insieme abbiamo sofferto/ per questo dono inatteso./ E’ venuto un uomo di nome Giovanni/ e questa era la sua casa/…Dunque è possibile la pace e la speranza/ Così la preghiera non fu vana/ e nulla si è perduto/…Fedele è lo Spirito una volta disceso/ e non più risalito…E dunque non preghiamo più/ disperate preghiere”. La pacem in terris  custodisce la profezia della pace nonviolenta che tende a «un ordine genuinamente umano».  Ci invita al discernimento, a leggere i segni dei tempi ma sappiamo che ci sono segni da leggere e interpretare e segni da porre come semi nel cuore della storia: non c’è una via alla nonviolenza, la nonviolenza è la via la verità e la vita. Perché insisto così tanto su questi temi della pace e della non violenza? Perché pensare ad un mondo nuovo vuol dire sognare un mondo pacificato, un mondo in pace.  Ma non perché si fanno dei trattati dove alla fine il più forte vince sempre e la pace sembra più una spartizione di potere e di pezzi di mondo a scapito dei poveri della terra. Vorrei una pace dove alla fine tutti possono dire sto bene a casa mia, mi sento bene in questo mondo e non invece dove si vive nella paura che ti cada qualche bomba addosso perché il potente di turno ha deciso così.  Ho l’impressione che anche la chiesa italiana affida la pace all’esortazione generica o relegata nella vita privata o delegata al governo. Non è avvertita come «sfida e programma» per tutti e sostanza della nostra fede al punto che «essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza» Come sono attuali, allora, le parole di Tonino Bello per il quale “il vero dramma”  delle comunità cristiane è quello di «non aver ancora assunto la nonviolenza come unico ‘abito da società’ veramente firmato dal Signore». Dovremmo essere più audaci: Il Signore ci ha messo sulla bocca parole roventi: ma noi spesso le annacquiamo col nostro buon senso. Ci ha costituiti sentinelle del mattino, annunciatori, cioè, dei cieli nuovi e delle terre nuove.

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