mercoledì 3 febbraio

di | 2 Febbraio 2021

Giobbe 6, 15-30

15I miei fratelli sono incostanti come un torrente,
come l’alveo dei torrenti che scompaiono:
16sono torbidi per il disgelo,
si gonfiano allo sciogliersi della neve,
17ma al tempo della siccità svaniscono
e all’arsura scompaiono dai loro letti.
18Le carovane deviano dalle loro piste,
avanzano nel deserto e vi si perdono;
19le carovane di Tema li cercano con lo sguardo,
i viandanti di Saba sperano in essi:
20ma rimangono delusi d’aver sperato,
giunti fin là, ne restano confusi.
21Così ora voi non valete niente:
vedete una cosa che fa paura e vi spaventate.
22Vi ho detto forse: «Datemi qualcosa»,
o «Con i vostri beni pagate il mio riscatto»,
23o «Liberatemi dalle mani di un nemico»,
o «Salvatemi dalle mani dei violenti»?
24Istruitemi e allora io tacerò,
fatemi capire in che cosa ho sbagliato.
25Che hanno di offensivo le mie sincere parole
e che cosa dimostrano le vostre accuse?
26Voi pretendete di confutare le mie ragioni,
e buttate al vento i detti di un disperato.
27Persino su un orfano gettereste la sorte
e fareste affari a spese di un vostro amico.
28Ma ora degnatevi di volgervi verso di me:
davanti a voi non mentirò.
29Su, ricredetevi: non siate ingiusti!
Ricredetevi: io sono nel giusto!
30C’è forse iniquità sulla mia lingua
o il mio palato non sa distinguere il male?

Commento

Possiamo chiamarlo il secondo movimento del primo discorso di Giobbe. Sembra dire: io non mi aspettavo queste parole da voi: io mi aspettavo altre parole, magari parole di consolazione, mi aspettavo che vi rendeste  conto della mia situazione. Non mi aspettavo una predica, ma una vicinanza. Teniamo anche conto che gli amici fanno tutto quello che stanno facendo in buona fede. Giobbe capisce che forse è un grande peccatore, ma vuole essere consolato e non giudicato. Gli amici sono carichi di parole, come un fiume in piena, ma poi diventano aridi come un fiume in secca. Credo che nelle parole di Giobbe vi è un grande insegnamento: come accostare un malato. E di questo tempo dobbiamo tutti capire come accostare la sofferenza umana. c’è anche un altro dato che Giobbe sottolinea in questo primo discorso. Utilizzando diverse immagini, soprattutto quella dei mercanti di Tema, che vedono il miraggio del deserto, vedono la pista da seguire, ma sanno che il deserto fa paura. Gli amici vedono la malattia di Giobbe, ma non si accostano ad essa perché fa paura. Avvicinare un malato è sempre difficile, allora meglio fare discorsi sul malato e sulla malattia, non stare con il malato. Questo rimprovera Giobbe agli amici. Giobbe dichiara: Guardatemi in faccia, guardatemi per quello che sono, guardate a me (questo versetto 28 è importantissimo). Ricredetevi, non siate ingiusti, la mia giustizia è ancora qui. “C’è forse iniquità sulla mia lingua o il mio palato non distingue più le sventure?” Non andate dietro ai vostri ragionamenti. Avvicinatevi a me così come sono. Questo Giobbe chiede ai suoi amici e non l’ottiene.

Preghiamo

Preghiamo per Marco

2 pensieri su “mercoledì 3 febbraio

  1. Elena

    Doloroso anche il discorso di Giobbe. È vero, fa paura accostarsi ad un malato, ma al malato serve che qualcuno gli sia vicino e si prenda cura di lui. Senza tante inutili e dolorose parole, che feriscono senza esser d’aiuto. Che il nostro esserci sia un essere a servizio dell’uomo, non un giudicare l’uomo, cercando i perché e i per come del suo star male! Una preghiera per Marco…

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  2. sr Alida

    Direi gli stessi pensieri di Elena, non mi ripeto, è con voi prego per Marco, chiedo preghiera per Carlo Monica e la loro famiglia, e per miei nipoti, specie per Ilenia.

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