
Siamo alla fine della parabola più bella di tutte. forse quella che meglio ci narra del nostro Dio da cui dovremmo imparare. Il figlio è reintegrato. Per lui si fa festa, anello, sigillo, sandali, e vitello grasso sono i segni della festa più grande per quel figlio. Ma c’è un ultimo particolare. C’è il figlio maggiore che si informa presso i servi e poi alla fine quando il padre esce per chiedere di entrare egli dichiara che non vuole entrare. E sembrava quel figlio che avesse capito meglio di tutti la logica di quell’eredità. Lavoro e ancora lavora, salvo alla fine inalberarsi quando vede arrivare il suo fratello. La parabola non ci dice che cosa succede, non ci dice se il figlio entra oppure no. Lascia il finale aperto. Io non me la sento di pensare ad un finale, dico solo questo. Metto lì dei motivi non credo condivisibili del perché quel figlio si arrabbia con il padre e con suo fratello. Forse rivendicava il ruolo della primogenitura: io sono il primo fratello e tutto viene a me. più che primogenitura mi sembra rivendicazione di un diritto senza nessuno sguardo al fratello. Secondo motivo il senso del dovere: io ha fatto tutto, non ho mai perso un giorno di lavoro. ma qui scatta la logica retributiva: a me spetta l’eredità all’altro no. E poi la logica meritevole: ho fatto tutto bene e quindi mi merito il premio, l’altro no. E allora quel figlio che si muove in questa direzione, che non vede e non sorride all’altro, non può fare festa. semplicemente è il rappresentate della meritocrazia che lascia indietro l’altro che non merita. Vediamo come possiamo terminare nel nostro cuore questa parabola dal finale aperto. Vediamo di fare noi una chiusura. O invece magari lasciamola così come la pensata e narrata Gesù.
Già lasciamo che la vita fa il suo corso e per ora facciamo festa…con tutti gli altri fratelli anche se non di sangue…ma di spirito affine