
E poi abbiamo la scena dell’incontro tra padre e figlio. È chiaro che si tratta di una scena di misericordia. Qui l’eredità diventa misericordia, il dono diventa riconciliazione. io come minimo avrei detto di fronte a quel figlio che se ne torna a casa dopo aver buttato via un’eredità: adesso vai a lavorare poi vediamo di sistemare il tutto. Sempre il lavoro, come misura del tutto, forse anche misura della misericordia. Sempre la misura della colpa da sottolineare, dell’errore fatto, della colpa da espiare. Funzionano così i nostri meccanismi. Qui l’eredità del padre che si fa misericordia assume un tono diverso. Non ci parla di colpa da espiare, hai sbagliato adesso paghi. Ci parla di altro. la misericordia assume il tratto della commozione: lo vide da lontano e pieno di commozione lo abbracciò. Qui la misericordia non assume il tono di un qualcosa da ripagare, ma assume il tono della gioia della commozione. Tutto il resto è come rimandato ad altro tempo. l’eredità si trasforma allora non in un perdono per i peccati passati, ma diventa la gioia per il ritorno a casa. succede una cosa strana: la gioia che sana si mette in movimento prima ancora che il figlio se ne torni a casa, prima del riconoscimento del suo errore. Forse ci vuole un’eredità di misericordia che anticipa il dono di un abbraccio verso quel figlio. Non so se la parola è giusta, ma quasi una grazia, una misericordia anticipante.
” chi non lavora non mangia” dicevano i nostri nonni…siamo così schiavi dei sensi di colpa del non avere un lavoro..ci sembra quasi di non avere una vita dignitosa.. perché il lavoro nobilita l uomo…quante volte mi hanno rimandato la figura di non essere degna in questa società perché non avevo un lavoro..
Quando io semplicemente non sarei riuscita a tenerlo..