
E poi del grande che cosa ne facciamo? Ho visto nel tempo tre strade che fanno naufragare il grande e fanno finire storie di impegno e di progettualità. La prima è contare sullo slancio iniziale che può diventare quasi un volano per il futuro. La seconda via che ho visto è quella di credere ad una forma di provvidenza infinita, chi ha iniziato l’impresa ha messo via un bagaglio infinito di cose e di idee, queste bastano e ci saranno sempre per il futuro. Invece il bagaglio iniziale si esaurisce, va ad esaurimento e poi? La terza strada è quella di ritenere che per sopravvivere a volte è più importante la via della visibilità e della capacità di farsi “vedere” dimenticando che è l’anima del progetto che è importante. Si fa propaganda al progetto e non si vive la sua anima. Ed è qui che la questione diventa difficile. Per una questione che sembra una contraddizione a volte conservare una semplicità dentro una grandezza è la miglior via per non perderci. Forse continuare a coltivare una via di opere “nascoste e sotto traccia” piuttosto che inseguire logiche di mercato e di visibilità fa in modo che il sogno non svanisce. È nel piccolo che possiamo pensare il futuro, mantenere un piccolo che si fa grande opera