
Leggo di un bambino e della sua famiglia che a Gaza ha provato a riprendere il lavoro che faceva da sempre: alleva api e fare il miele. Non avendo più niente ha messo un alveare sopra le rovine di casa sua. Qui non c’è guadagno, qui non c’è merito o sacrificio, qui c’è solo un segno. È così che si costruisce il futuro: con piccoli segni che magari posso essere condivisi da altri. è così che si esce dalla questione del sacrificio come dare e avere. In questo alveare posto sulle rovine di casa non c’è un dare e un avere, c’è solo un grande segno che descrivo così. il primo significato di questo segno è la precarietà. Resisterà un alveare su delle macerie? Non è lì per dire riceverò in cambio tanto altro. è lì per dire la fragilità e la precarietà. Ancora è segno di un dono, non di un sacrificio. Quello di mettere questo alveare sopra le macerie di casa mi fa pensare a come la vita è un dono continuo, non un continuo barattare con altro. di che dono si tratta? di un dono inaspettato, voluto, ma non finalizzato a qualcosa di più grande. E per finire è dono e segno di speranza e di vita ostinatamente cercata dentro tutte le distruzioni e le violenze. Ecco la grande risposta: semplicemente vivo di dono, ricevo doni inaspettati e se riesco dono anche inaspettatamente. La vita forse non è segno di un sacrificio, ma di un dono