
Sempre riguardo alla questione dei giovani e del loro giubileo mi trovo in questa situazione di prendere tra le mani alcuni testi dei vari incontri e discorsi di quei giorni e la sensazione che provo è quella di discorsi buoni, ben preparati. Di veglie e di dibattiti che hanno una loro logica. Ma a me manca sempre una cosa, una questione. La traduzione in azioni. Che cosa voglio dire? voglio semplicemente dire che sembra che tale questione sia affidata come si dice alla chiesa locale, ai gruppi locali, alla buona volontà di giovani e adulti. E fino a qui capisco che funziona così. è dal locale che nascono iniziative, proposte e azioni per mettere in atto i cambiamenti che sono pronunciati e richiesti nei vari incontri dei giorni del giubileo dei giovani. In quell’occasione vengono lanciati dei messaggi che poi devono essere raccolti e vissuti dalla realtà locale. Mi dicono che funziona così. ricordo i giorni del convegno a Trieste in occasione della settimana sociale dei cristiani che si fecero pochi discorsi e molti momenti di lavoro insieme per raccogliere e condividere progetti da rilanciare poi sui territori locali. In quei giorni di Roma non mi è sembrato di cogliere il lancio di progettualità e di azioni.si chiede ai giovani per esempio di vivere l’amicizia per costruire la pace. si potevano in quei giorni raccogliere e rilanciare proposte concrete per capire come realizzare tale amicizia che costruisce la pace. invece tutto è delegato al locale. Sappiamo bene come il locale è sì grande risorsa, ma è anche grande fonte di tradizione, di localismo. Quindi rilanciare progetti per il futuro poteva essere buona cosa. Non soltanto linee di pensiero e di cultura, ma tradurre le linee di pensiero e di cultura in proposte e chiedere che vengano realizzate e messe in atto sui territori locali.