
Ho sempre amato il cammino, in montagna, i lunghi pellegrinaggi e le brevi mete. Ho sempre pensato che in qualche modo questo del cammino era e rimane una delle simbologie più alte e nobili della vita umana. Ho letto tanto sul cammino. Dalle guide per i sentieri in montagna che leggevo nei dettagli, fino a libri come il cammino dell’uomo di Bobin. Ritengo che la chiesa con il suo cammino sinodale ha fatto un passo avanti rispetto al solito rimanere immobile. E di questo ringrazio. Una cosa mi manca pensando alla metafora del cammino. E provo a raccontarla così. Quando ho fatto il cammino di Santiago alla fine mi sono lasciato con quella città con una decisione: vado al patronato. E forse dovrei tornare a Santiago velocemente per dire grazie a quel cammino. Ogni viaggio corrispondeva ad una decisione. Ecco cosa manca oggi: siamo perennemente in cammino ma non scegliamo. Siamo perennemente in discernimento ma non arriviamo a dire che cosa faccio. Una chiesa perennemente in cammino sinodale non sceglie, in perennemente discernimento dei segni del tempo non sceglie che cosa effettivamente vuole fare. Io magari sono agitato e scelgo cose diverse e sempre, ma so che scelgo. A volte ho l’impressione che il cammino perenne è come un’attenuante, una scusa per non scegliere. E questo un po’ mi dispiace. Faccio un solo esempio: in perenne cammino di pace: ma poi scegliamo la pace e operiamo da uomini e donne di pace?